ESCLUSIVA AF.it - Kristrún Rut Antonsdóttir: "In Islanda più tattica, in Italia maggiore tecnica. Ogni tanto mi chiedono il Víkingaklappið. Sto imparando l'italiano. Partita più importante in finale di Borgunarbikar. Nazionale sarebbe un sogno"

Intervista esclusiva a Kristrún Rut Antonsdóttir
09.04.2018 17:09 di Redazione AtlanticFootball.it Twitter:    Vedi letture
Kristrún Rut con il Chieti
Kristrún Rut con il Chieti

Il calcio femminile italiano riscuote sempre più consensi in Islanda. Nella stagione attuale, per contare tutte le giocatrici provenienti dai vari campionati islandesi, dovremmo utilizzare le dita di entrambe le mani. Alcune di loro militano in Serie A, altre in Serie B. C'è chi è islandese, c'è chi è straniera. Tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre, nella città di Chieti è giunta in neroverde Kristrún Rut Antonsdóttir, centrocampista classe 1994, che tanto bene aveva fatto negli ultimi anni con la maglia del Selfoss. La società teatina è da sempre molto ambiziosa e, nonostante la retrocessione in serie cadetta, ha costruito una squadra con giocatrici molto giovani, ma di grande talento. La squadra si completa con il ritorno dell'esperta montenegrina Marija Vukčević e le sorelle Giada, capitano, e Giulia Di Camillo, autentiche istituzioni. Il mister Lello Di Camillo, padre delle due appena citate, ha affidato fin da subito le chiavi del centrocampo alla vichinga con il numero ventitré sulle spalle. Una ragazza simpatica e allegra, che si è fatta immediatamente ben volere all'interno dello spogliatoio. In campo, si sa, gli islandesi si trasformano e tutte all'interno della rosa fanno sapere di essere felici delle sue prestazioni. Si tratta di una giocatrice forte tecnicamente, ma che sa metterci anche il fisico. Non a caso, tra Islanda e Italia, ha già realizzato diversi goal con la sua "testa rossa", come scrivono i media islandesi parlando di lei. Ha realizzato nove goal nell'ultima 1. deild, i colleghi di Fótbolti.net l'hanno inserita nella formazione dell'anno, ha riportato il Selfoss dove merita di stare una società come quella amaranto e lei ha ricevuto la chiamata dall'estero per continuare la sua carriera nel mondo del calcio. Quando era più piccola, poteva vantarsi di essere anche una discreta giocatrice di basket, ma siccome "certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano" direbbe qualcuno, ogni tanto si diverte ancora con il canestro.

La redazione di AtlanticFootball.it l'ha contattata in esclusiva per addentrarci ancor di più nei primi mesi vissuti nel "Bel Paese", facendo anche un passo indietro su ciò che è stato degli anni precedenti.

Innanzitutto benvenuta in Italia, anche se sei arrivata già da circa cinque mesi. Sei ancora giovane, ma il tuo percorso in Islanda è ricco di momenti emozionanti con il Selfoss. Ora, sei al Chieti dove state disputando un bel campionato come squadra e tu, a livello personale, hai già realizzato cinque reti. Senti di essere nella piena maturità calcistica e, soprattutto, nel momento migliore della tua carriera?

"Credo di aver potuto fare molta esperienza e questo mi ha sicuramente reso una giocatrice matura con esperienza sulle spalle. Non penso però di aver raggiunto il miglior momento della mia carriera. Sono una persona molto competitiva e la mia più grande avversaria sono io stessa, per cui cerco sempre di migliorare e raggiungere un livello più alto".

Nel 2014, Hallbera Guðný Gísladóttir aveva giocato in Italia. Dall'inizio di questa stagione, oltre a te, ci sono state diverse islandesi o straniere che hanno giocato in Islanda, ad aver scelto il campionato italiano. Qual è la tua opinione sul campionato italiano e quali differenze hai notato con quello islandese? In passato, hai mai avuto l’opportunità di seguirlo da vicino?

"La differenza più grande che ho notato finora è che il calcio islandese ha molta organizzazione tattica, mentre nel campionato italiano c'è molta più tecnica. Non mi ero interessata al calcio femminile italiano prima di approdare in Serie B".

In occasione di alcune delle vostre vittorie ottenute finora, hai preso il ruolo di ‘capo’ del Víkingaklappið al posto di Aron Einar Gunnarsson. Com’è nata questa bella idea? Sei pronta a riproporla ancora?

"Non ho ancora programmato di farlo, ma ogni tanto le ragazze mi chiedono di farlo quando festeggiamo negli spogliatoi dopo una vittoria. Lo faccio per divertirmi con le mie compagne".

Con le tue compagne di squadra abbiamo visto che hai instaurato subito un bel rapporto. C’è qualche divertente aneddoto da raccontare in questi primi mesi con loro?

"In questo momento non ricordo nessuna storia in particolare, ma ci sono molte simpaticone che non trovano mai un momento di noia. Ci si diverte e si ride sempre tanto quando siamo insieme".

In una settimana di preparazione alla partita della domenica, e considerando che molte di loro sono studentesse, come si svolge la vostra giornata tipo? Tu hai finito gli studi in Islanda o stai ancora continuando?

"Oltre all'allenamento con la squadra, vado in palestra tre volte a settimana per lavorare sui miei obiettivi personali per migliorare su forza, flessibilità e infortuni. Cerco di mangiare salutare, bere molti fluidi e soprattutto fissarmi obiettivi raggiungibili per gli allenamenti e le partite. Per adesso non frequento nessun corso di studi. Prima di venire qui a giocare, stavo effettivamente frequentando una scuola di fashion design in Danimarca, Köbenhavns Mode- og Designskole. Ho frequentato poco più di due mesi prima di venire in Italia, e, siccome non c'è possibilità di studiare con un corso online, non ho continuato. Ho cercato altre opzioni, ma nessuna mi interessa come il fashion design".

Invece, come procede l’apprendimento con la lingua italiana che ha una struttura grammaticale molto diversa da quella islandese? Sei già riuscita ad imparare qualche parola e frase più importante?

"Sto imparando l'italiano in maniera lenta, ma costante. La grammatica è sicuramente la parte più difficile. All'inizio ho cercato di impararlo con un'applicazione sul telefono, ma adesso sto cercando di imparare ascoltando ed anche chiedendo delle lezioni alle compagne. Penso di aver imparato davvero molte parole ed alcune frasi standard, ma la parte difficile è mettere tutto insieme in un discorso".

A proposito di calcio e studio, eri già stata all’estero quando hai frequentato la Potomac High School, una scuola pubblica secondaria di Dumfries, nel Virginia. Lì, hai anche giocato a calcio nel campionato scolastico. Cosa ci puoi dire di quella tua esperienza negli Stati Uniti dentro e fuori dal campo? È stato difficile vivere lontano da casa ad un’età così giovane?

"Quando sono andata negli Stati Uniti con lo scambio studentesco avevo 17/18 anni se ricordo bene. Volevo davvero frequentare una scuola che avesse al tempo stesso una buona squadra di calcio e di basket. Sfortunatamente, quella di basket era molto più forte quindi non ho beneficiato molto dalla squadra di calcio rispetto a quanto abbia fatto da quella di basket. Sicuramente, è stato difficile per me stare lontana dalla mia famiglia per dieci mesi in un altro paese. Ho dovuto imparare ad adattarmi a vivere con una famiglia tutta nuova, fare nuovi amici, studiare in un'altra lingua, ed imparare le usanze di una nuova cultura. Tutto sommato penso che ogni esperienza abbia i suoi pregi e difetti, ma c'è sempre qualcosa da imparare ed una crescita che viene sviluppata".

Nella vostra famiglia siete tifosi del Liverpool. Segui anche la loro squadra femminile dove in passato ha giocato Katrín Ómarsdóttir? In particolare, hai un modello di giocatrice preferita nel calcio femminile?

"Tifo per la squadra maschile del Liverpool e guardo quasi ogni loro partita. Seguo ogni tanto anche la squadra femminile, ma non così spesso. Mi piacerebbe seguire di più il campionato femminile inglese perché mi piace davvero il calcio inglese, sia maschile che femminile. Le mie due giocatrici preferite da cui vorrei imparare di più sono Dagný Brynjarsdóttir e Sara Björk Gunnarsdóttir. Tuttavia, Carli Lloyd è e sarà sempre d'ispirazione per me. Ci sono parecchie buone giocatrici in giro, è difficile non menzionarle tutte".

Ritieni che la partita più importante disputata finora sia stata contro lo Stjarnan, nella finale di Borgunarbikar 2014 al Laugardalsvöllur, o in 1. deild 2017, contro l’HK/Víkingur al Kórinn? Entrambe sono state perse, ma una era un traguardo storico e l’altra ha garantito ugualmente il ritorno in Pepsideild. A livello di emozioni, come hai vissuto quelle due giornate?

"La partita in finale di Borgunarbikar nel 2014 è stata certamente un traguardo storico e personale molto importante. Penso che la finale di Borgunarbikar è stata per me molto più emozionante della sfida conto l'HK/Víkingur nel 2017 perché avevo già avuto la possibilità di salire in Pepsideild con il Selfoss quando il club salì per la prima volta, mentre non avevo mai giocato una finale. Inoltre, avevamo il 98% di possibilità di essere promosse in Pepsideild prima della partita contro l'HK/Víkingur. Pertanto, non ho provato la crescita della pressione e l'eccitazione di non conoscere il risultato".

A nostro parere, il Selfoss ha sempre avuto delle buone squadre e non ci sembrava che potesse retrocedere nel 2016. Sul web si trovano ancora le immagini che ti ritraggono in lacrime al Floridana völlurinn, dopo la partita contro il Fylkir. Cosa vi è mancato in quella stagione per riuscire a mantenere la categoria e quanto è stato difficile, se è stato difficile, ripartire dopo quel momento? Una situazione simile è accaduta proprio al Chieti, nel 2017.

"Secondo me, il Selfoss non meritava di retrocedere nel 2016. In quell'estate, abbiamo avuto un sacco di decisioni ingiuste da parte degli arbitri, schede di allenamento non adeguate, alcuni infortuni e altri problemi. Alla fine siamo retrocesse, ed è un fatto. Dopo di ciò, il morale era un po' a terra e la squadra un po' divisa. Andando avanti avevamo solo due opzioni, lamentarci oppure risalire e sistemare la situazione. La società ha assunto subito un nuovo staff e la maggior parte delle ragazze ha deciso di firmare per il Selfoss. Avevamo una squadra meno esperta, ma il morale era molto alto. Con molto lavoro e determinazione abbiamo lottato e ripreso il posto in Pepsideild".

Tuttavia, la scorsa stagione è stata la migliore in assoluto per te, anche a livello personale. Da centrocampista, sei riuscita a realizzare nove reti e la redazione di Fótbolti.net, il più grande sito online di calcio in Islanda, ti ha inserita nella squadra dell’anno. In Italia, in questi casi, diciamo che è stato 'l’anno della consacrazione'. Lo ritieni tale?

"Penso che la scorsa stagione sia stata positiva per il Selfoss ed anche una buona stagione per me. Non sono sicura al 100% che fosse la mia migliore, ma sicuramente è in lizza per un posto tra le migliori. Non sono mai stata un cannoniere, per cui nove goal sono stati sicuramente un miglioramento".

Fin da quando militavi nel settore giovanile dell’Hamar hai sempre giocato a centrocampo o hai occupato anche altri ruoli? Dove pensi di riuscire ad esprimerti al meglio tra regista, mezzala e trequartista?

"Quando giocavo nell'Hamar non ho mai giocato a centrocampo. Sono sempre stata schierata in difesa come centrale. Quando sono passata al Selfoss sono sempre stata schierata davanti alla difesa, ma il mister mi cambiava spesso posizione in campo. Con allenatori diversi ho giocato in posizioni diverse. Avermi cambiato ruolo mi ha reso una giocatrice più completa. Penso che l'allenatore scelga la posizione migliore per me in modo da servire la squadra al massimo del potenziale. Ad ogni modo, il mio ruolo preferito sarebbe quello di centrocampista offensivo".

Come noto, proprio quando eri nell’Hamar, hai praticato anche il basket oltre al calcio. Nel tempo libero, ti piace cimentarti ancora in questa disciplina? Come riuscivi a conciliare entrambe le attività sportive?

"Gioco a basket ogni tanto, ma niente di più che tirare a canestro e divertirmi. C'è stato un periodo in cui ho giocato a basket con l'Hamar, calcio con il Selfoss e studiavo alla FSu (Fjölbrautaskóli Suðurlands, ndr), il liceo del luogo. Con tutto ciò, non rimaneva molto tempo per fare altro. Avrei avuto sollevamento pesi pre - stagionale e corsa con la squadra di calcio mentre durante la stagione con quella di basket e viceversa. Ovviamente, talvolta queste attività cozzavano, ma lo sport durante la stagione aveva la priorità. Avevo credo dieci o dodici allenamenti a settimana ed una partita oltre al programma di calcio accademico che avevo durante la scuola. Una giornata tipo sarebbe stata: scuola, allenamento, allenamento, compiti, dormire. È stata un'esperienza davvero buona in quanto ho imparato molto riguardo la gestione del mio tempo, etica del lavoro, disciplina, ecc. Alla fine però con così tanto stress e lavoro sul mio corpo ho capito che era il momento di scegliere un solo sport".

Giovedì 3 maggio partirà la Pepsideild 2018. Finora, si è disputata la Lengjubikar e gli altri vari tornei invernali. Qual è la tua opinione sul Selfoss e se pensi possa riuscire a mantenere la categoria o magari puntare anche a qualcosa di più alto? Come favorita al titolo vedi ancora il Þór/KA?

"Ho fiducia nel Selfoss e credo che riusciranno a rimanere in Pepsideild quest'estate. Il Selfoss ha molte giocatrici che studiano negli USA e devono lasciare la squadra prima della fine della stagione, quindi c'è sempre il problema di come questo possa condizionare il club. Comunque, penso che ci saranno giocatrici per riempire i posti mancanti. Come per il Þór/KA, penso che il campionato non possa mai essere previsto prima dell'inizio. Ci sono molte squadre forti che lotteranno come sempre per la vetta".

Naturalmente, essendo tu per metà danese sei libera di scegliere la nazionalità. Qualora, un giorno, dovesse arrivare una chiamata di Freyr Alexandersson andresti a giocare con l’Islanda? Più in generale, cosa pensi di dover fare ancora per guadagnare un posto nel gruppo?

"In verità sono danese solo per un quarto, ma avere la possibilità di giocare per la nazionale islandese sarebbe un onore. L'Islanda è sempre stata la mia patria, anche se ho delle radici in Danimarca. Penso che per meritare un posto in nazionale debba continuare a lavorare duro ed eventualmente anche giocare ad un livello più alto per mostrare le mie potenzialità".